LA RABBIA DEVE CRESCERE

LEGGIAMO QUESTO E FACCIAMOCI RIBOLLIRE IL SANGUE:

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LEGGIAMO QUESTO E FACCIAMOCI RIBOLLIRE IL SANGUE

 

FONTE   LA STAMPA.IT

 

30/3/2009 (7:14) – LA CRISI – LE SPERANZE PERDUTE

“Mi hanno detto troppi no”: a Genova suicida un geometra di 55 anni. Era senza lavoro da 7 mesi

FERRUCCIO SANSA

 

MORIRE DI DISOCCUPAZIONE,

 

GENOVA
Gabriele l’ha scritto nero su bianco: «Ho perso il lavoro, mi uccido». I carabinieri, che hanno recuperato il suo corpo in un bosco sulle alture di Genova, sospirano, non bastano anni di esperienza per abituarsi. Minimizzano per rispettare la riservatezza e per pietà: «Succede, tanti sono in difficoltà con questa crisi». Ma Gabriele ha voluto lasciare un messaggio che ripercorre la sua sofferenza. Che è anche un diario, una denuncia. E racconta indirettamente tante altre storie vissute in silenzio, di gente che come lui a 50 e passa anni si ritrova senza un lavoro, quasi in miseria, e scivola nella disperazione. Gabriele R., 55 anni, si è tenuto tutto dentro, una pressione sempre più forte, insopportabile, ma prima di farla finita ha provato a spiegare. Due fogli di carta sono tutto quello che ha lasciato, lui che ormai si era convinto: «Con la morte finisce tutto, non c’è niente dopo». E’ venerdì. Gabriele ha meditato a lungo il suo gesto, ma la giornata forse gli dà l’ultima spinta: grigio, nuvole basse, c’è un vento che ti entra dentro e ricaccia la gente nelle case. Decide che è il momento di andarsene. Prende un foglio e comincia a scrivere: racconta la sua storia di ragazzo che dalla provincia era arrivato in città.

Sperava di essere riuscito a realizzare i suoi sogni: prima il titolo di studio da geometra, poi il matrimonio e un figlio. Ma la famiglia si spezza e l’anno scorso arriva anche la crisi, quella parola che prima ti sembra lontana come l’America, poi, però, ti piomba addosso e d’improvviso ti costringe a fare i conti con la vita. «Sono specializzato in brevetti», racconta, come per dire che lui non è un fallito, è una persona stimata, ha studiato. Ma di questi tempi non basta essere preparati. Così a settembre cambia il vento, le porte si chiudono in faccia a Gabriele che si trova senza lavoro. Fa male all’orgoglio, Gabriele racconta passo per passo l’angoscia di bussare alle aziende, ai colleghi, descrive il dolore di sentirsi dire «no». I soldi cominciano a mancare davvero e lui si ritrova a fare i conti per mangiare. Cerca di tenere duro, di non perdere almeno la dignità: si capisce dall’appartamento di Molassana – un quartiere operaio alle spalle di Genova – ancora ordinato e pulito. Ma qualcosa inizia a scricchiolare. C’è chi prende brutte strade, magari comincia a bere, Gabriele però non vuole, per dignità, per orgoglio. Se non riesce ad andare avanti preferisce finirla così. Chiedere aiuto ai servizi sociali, agli amici, non se la sente.

«Era un uomo per bene, molto chiuso però. Non frequentava quasi nessuno», racconta Attilio, uno dei suoi pochissimi conoscenti. Aggiunge: «Vedevamo che stava male, ma non avevamo capito che fosse così disperato. E poi sono in tanti a non riuscire ad arrivare alla fine del mese», spiega, mentre indica le luci di un bar lì vicino. Fino a pochi mesi fa a quest’ora del pomeriggio era vuoto, adesso sono in tanti a cercare un po’ di compagnia per sfogarsi. Capita a Genova, ma non solo. Ma a Gabriele non andava. E quella parola «pesare» ricorre spesso nel suo messaggio, anche quando racconta di una sua malattia: «Avrei anche bisogno di cure, ma non voglio pesare sul sistema sanitario nazionale, quei soldi dateli ai giovani». Scrive con lucidità, parla della propria morte e del futuro senza di lui: «Non spendete soldi per i miei funerali», chiede senza autocommiserazione. E se dovesse salvarsi non vuole accanimento terapeutico, perché questa vita non la desidera più. Una pagina fitta fitta lasciata nell’appartamento. Poi un altro foglio, con il numero del figlio che vive fuori Genova. Gabriele vuole che sia avvertito. Il resto è facile da immaginare: Gabriele dà un’ultima occhiata alla sua casa, controlla che tutto sia a posto figurandosi già che qualcuno entrerà e dovrà guardare tra quelle poche cose. Pensa al figlio. Poi esce e sale per i boschi, cerca un posto appartato, tira fuori la corda che ha comprato e se la stringe al collo. La appende a un albero sul ciglio di un fosso. E salta.

LA RABBIA DEVE CRESCEREultima modifica: 2009-03-31T17:53:33+00:00da paolopapillo
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2 pensieri su “LA RABBIA DEVE CRESCERE

  1. PENSI SEMPRE:

    non toccherà a me,io sono un bravo lavoratore mi sono sempre comportato bene.quando c’era da fare scioperi io non ne facevo.magari chiudevo un occhio anche sulla sicurezza nel posto di lavoro.
    mi pagavano poco e stavo zitto meglio questo che niente…il datore di lavoro mi maltrattava,portavo pazienza…ho famiglia.
    adesso non mi danno neanche quel poco adesso ,sono stato “bravo” dicevo sempre si a super lavoro e straordinari,non è servito a un cazzo al prim calo di lavoro bisogna ottimizzare le risorse mi hanno detto e quindi vai a casa qualcuno in cassa integrazione ad 800€ qualcun altro a 0 €,perchè la cassa integrazione non è per tutti.il sindacato cerca di fare qualcosa ma priam cara CGIL dove eri,quando hai ingoiato e ci hai fatto ingoiare di tutto e di più,ma qesto non è il momento delle ricriminazioni ,non ci possiamo permettere questo lusso.
    IL 4 Aprile io e tutta la mia famiglia saremo a ROMA CIRCO MASSIMO.MA E’ L’ULTIMA CHANCE.

    A TUTTI CHIEDO DI MANIFESTARE IL 4 ,NON E’ IL MOMENTO DI FARE DISTINGUO,DA UAN PARTE I LAVORATORI E LE PERSONE ONESTE DALL’ALTRA PARTE LORO.

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